Malattie

Che cos’è la Depressione post partum?

Valeria ha 33 anni, è felicemente sposata con Giovanni e da 4 mesi è madre di uno splendido bambino di nome Alessio. Valeria ha sempre cullato il sogno della maternità, ma l’arrivo di Alessio non è stata solo fonte di gioie e occasione di festa… Valeria si è sentita inadeguata a prendersi cura del piccolo e incapace di affrontare la vita quotidiana tra le mille incombenze, vecchie e nuove, oltre che senza energie, facilmente irritabile e soggetta a frequenti crisi di pianto.

L’immagine idealizzata della maternità, come spesso accade, risulta in forte contrasto con il vissuto intimo che la madre spesso sperimenta dopo il parto. Difatti, diventare madre comporta notevoli cambiamenti nella propria vita e nella coppia. In questa delicata fase della vita, la neo mamma incontra comprensibili difficoltà: continue richieste di accudimento da parte del neonato, riorganizzazione del proprio tempo, dei propri ruoli e delle proprie abitudini, cambiamenti nella relazione con il partner legate al nuovo assetto di vita, eventuali difficoltà nell’ambito lavorativo… solo per citarne alcune. Se a tutto ciò si sommano problemi ulteriori, quali la mancanza di una rete sociale, difficoltà finanziarie o un parto inaspettatamente problematico, lo sviluppo di manifestazioni depressive di varia intensità è un evento al quale non è assolutamente raro assistere (Zaccagnino, 2009).

Stanchezza, insicurezze, calo dell’umore e instabilità emotiva appaiono spesso nei primi giorni di una mamma. Si stima che una percentuale collocabile tra il 30% e l’85% delle donne sperimenta e manifesta sintomi associabili a una condizione denominata baby blues o maternity blues (O’Hara et al., 1990; Gonidakis et al., 2007). Fortunatamente tale condizione è transitoria, regredisce spontaneamente nell’arco di 7-10 giorni, senza lasciare conseguenze nella madre o nel bambino.

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Nel 10-15% dei casi, però, le neo mamme presentano una sintomatologia di maggiore intensità e gravità, tale da ricevere la diagnosi di depressione post-partum (Centers for Disease Control and Prevention, 2008). Tale patologia insorge solitamente entro le prime 4 settimane dopo il parto ed è ritenuta una forma particolare di disturbo depressivo maggiore, caratterizzata da una serie di sintomi affettivi, cognitivi, comportamentali e fisiologici. Chi ne è colpita si sente triste, disperata, irritabile, di cattivo umore; soffre di sbalzi di umore e ansia; frequenti sono i sentimenti di vuoto ed inutilità nei confronti della propria vita, la mancanza di interesse nelle attività, un calo della partecipazione emotiva a ciò che la circonda, con un desiderio di isolamento e ritiro, e facili crisi di pianto. Può avere convinzioni disfunzionali, collegate a sentimenti di colpa, eccessivi o inappropriati, collegati in special modo, nel non sentirsi la “mamma modello” che si era immaginata durante la gravidanza, e sentimenti di inadeguatezza nell’accudire il bambino, con forte autoaccusa e autocritica. Fa fatica a concentrarsi e a prendere decisioni. Possono essere presenti preoccupazioni rispetto alla propria salute, e addirittura pensieri sulla morte e sul suicidio. Possono essere presenti: agitazione o rallentamento psicomotorio, alterazioni del sonno o dell’appetito, faticabilità, sensazione costante di essere debole o molto stanca.

Esistono alcuni specifici fattori che faciliterebbero l’insorgenza della malattia. Ad esempio, donne con particolari caratteristiche di personalità (quali, stile personale tendente al perfezionismo, bisogno di ordine e controllo, stile di pensiero disfunzionale, bassa autostima, bisogno di approvazione e paura del giudizio negativo, storia personale o familiare di depressione) sarebbero più vulnerabili al rischio di sviluppare una depressione dopo il parto. Anche eventi traumatici recenti o complicanze ostetriche al momento del parto, difficoltà di coppia o familiari, o la percezione di ricevere un supporto familiare inadeguato, potrebbero incidere sull’eventuale sviluppo del disturbo.

I sintomi della depressione post-partum non sono transitori, anzi possono persistere, variando d’intensità, anche per diversi anni; e purtroppo possono avere conseguenze più o meno significative non solo sulla salute mentale della madre, ma anche sullo sviluppo del figlio e sulla loro relazione, e di riflesso sull’intero nucleo familiare.

È risaputo, infatti, quanto sia importante la prima relazione madre-bambino per un sano sviluppo sociale ed intellettivo dei bambini (Zaccagnino, 2009). Specifici comportamenti della madre (il contatto visivo, le risposte immediate ed appropriate ai segnali del neonato, la creazione di un ambiente che suscita l’aspettativa di un’interazione, ecc.) rendono l’interazione con il bambino positiva ed efficace: tutto ciò

contribuisce non solo a sviluppare nel bambino un senso di sé ma anche una relazione di attaccamento sicuro, tale da permettergli di essere flessibile, curioso e socialmente competente (Winnicott, 1965).

La depressione materna, al contrario, interferisce con gli scambi emotivi e comportamentali ritenuti necessari perché si possa sviluppare un’interazione efficace tra madre e bambino (Milgrom et al., 2003). I sintomi della depressione post-partum e le cognizioni negative ad essa associata causano, infatti, bassi livelli di responsività materna, con minori capacità di supportare la regolazione emotiva del bambino ed espressioni affettive poco positive e poco sincronizzate alle reazioni del bambino. Più praticamente, le madri depresse guardano meno i loro figli, li cullano meno, reagiscono più lentamente alle loro richieste e sono meno affettuose, più ritirate o più intrusive (Field et al., 1985; Bettes, 1988; Murray, 1992). Dal canto loro, i figli di madri depresse sono descritti come più assonnati e capricciosi, e mostrano in misura limitata vocalizzazioni positive, espressioni facciali positive, comportamenti interattivi positivi, (Cox, 1988; Milgrom et al., 2003; Monti et al., 2004). Essi sperimentano una predominanza di stati affettivi negativi, a cui possono rispondere con la tristezza, con l’isolamento, con il pianto o con la rabbia.

La depressione materna, tuttavia, non compromette solo la sfera emotiva di questi bambini, ma anche il loro sviluppo cognitivo, interferendo con il loro processo di apprendimento (Murray, 1992), e la loro salute fisica, risultando più vulnerabili ai disturbi del sonno, dell’alimentazione, della digestione, alle infezioni ricorrenti, alle allergie e a varie forme di asma (Righetti-Veltema et al., 2003).

La depressione materna, quindi, costituisce un notevole fattore di rischio per l’insorgenza di un’ampia varietà di problematiche psicopatologiche nel bambino: problemi nei processi di regolazione affettiva; disturbi ansiosi; sintomatologia depressiva subclinica o disturbi depressivi veri e propri; disturbi comportamentali con tendenza all’aggressività; deficit nello sviluppo cognitivo; deficit dell’attenzione; deficit dell’apprendimento con difficoltà di adattamento scolastico; incompetenza sociale; modelli di attaccamento di tipo prevalentemente insicuro (Cicchetti, Rogosh & Toth, 1998; Downey & Coyne, 1990; Goodman & Gotlib, 1999; Spieker & Booth, 1988).

Date le implicazioni appena descritte sia sulla madre sia sul bambino, è fondamentale non trascurare tale sintomatologia. Troppo spesso, però, le donne che soffrono di depressione post-partum scelgono di non parlarne, per paura di essere giudicate delle madri poco sensibili. Ben il 50% di loro non chiede aiuto, e da sole è quasi impossibile modificare situazioni al limite con una tale sintomatologia depressiva: purtroppo il silenzio rende ancora più intensa la sofferenza legata al sentimento di negatività. Aprirsi e parlarne senza vergogna con uno specialista aiuta a comprendere che il senso di colpa e di vergogna nel non sentirsi capaci di relazionarsi al proprio figlio, le emozioni e i pensieri disfunzionali possono essere modificati da un “comportamento attivo” da parte della neo-mamma. La terapia cognitivo-comportamentale è considerata, ad oggi, la metodologia più efficace nel trattamento della depressione, eventualmente associata ad un farmaco antidepressivo. Diverse ricerche hanno evidenziato che già a 10 settimane dall’inizio del percorso psicoterapico si ha una significativa riduzione della sintomatologia depressiva; e i benefici del trattamento hanno dimostrato di essere costanti a distanza di 12 mesi dal termine dell’intervento.

Ritorniamo ora a Valeria: ha iniziato un percorso psicoterapico, grazie al quale ha sviluppato un maggior senso di competenza come madre, concentrandosi sulle esperienze positive che faceva vivere ad Alessio e che lei viveva con lui. Attraverso un processo di ristrutturazione cognitiva, Valeria è riuscita a mettere in discussione le proprie idee rigide e disfunzionali e a risolvere in maniera più efficace e realistica i suoi conflitti emotivi, con il risultato di ridurre la sua sofferenza. In breve, Valeria ha recuperato il rapporto con Alessio, riuscendo ad entrare in sintonia con i bisogni del piccolo e a rapportarsi con lui in modo piacevole, così di ricavare gioia e beneficio, sia madre che figlio.

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Feliciana Fiore psicologa

 

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